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UN OPERATORE SHIATSU GLOBALE
(tratto dall'articolo pubblicato sul n. 18 di shiatsu-do)

La scoperta che la pratica dello shiatsu non può essere limitata ad un uso sintomatico, che l'efficacia dello shiatsu non può essere concentrata a produrre benefici solo in relazione ad una singola "malattia" ha dilatato all'infinito i nostri orizzonti.
 
Chiunque pratica da un po' di anni (ma sovente anche il principiante non deformato da filtri interpretativi ristretti) sa bene che l'effetto delle pressioni è comunque globale; ed è proprio questo che conferisce allo shiatsu una marcia in più rispetto a tutti gli approcci medici e paramedici e ci consente di dar benefici anche in situazioni in cui le terapie convenzionali non sono efficaci.
 
Chiunque pratica sa che per dar sollievo ad un mal di schiena non si deve trattare solo la schiena e sa che uke non avrà "solo" una schiena più sana, ma migliorerà in tutte le sue manifestazioni vitali (ma sa che: "non mi vengono più i mal di testa lancinanti di un tempo; dormo meglio; quest'inverno ho avuto solo un raffreddore e sopporto molto meglio i colleghi d'ufficio"; può essere lo shiatsu?).
Penso che i maestri Namikoshi e Masunaga fossero ben consapevoli di ciò se ci hanno proposto la pratica dello shiatsu attraverso un kata codificato, un kata che tratta tutto il corpo di uke; ci hanno proposto un approccio globale anche se poi, forse per esigenze divulgative, hanno proposto una via rispettivamente ortopedica e filo-cinese alla comprensione dei fenomeni che un approccio globale shiatsu produce.
La ultraventennale pratica di migliaia di persone ha prodotto, particolarmente in Italia, una nuova consapevolezza delle infinite potenzialità dello shiatsu, purchè sappia rompere (come ha rotto negli ultimi dieci anni) gli steccati creati dalla parcellizzazione della persona, purchè sappia porsi come approccio globale, rispettoso, condiviso.
 
a. Globale. La persona è una, intera, indivisibile; non solo non è possibile separare le varie parti anatomiche (ossa, muscoli, gambe, intestino ecc.) ma neanche il corpo dalla mente o, come nella medicina cinese occidentalizzata, gli organi dai visceri, i meridiani principali dai tendino-muscolari ecc. Ogni separazione, classificazione, schematizzazione rompe la persona e impedisce un approccio globale, olistico, umano alla persona. Una cosa è usare uno o più schemi interpretativi (scientifico-meccanicista come nella medicina occidentale, energetico-analogico come nella medicina cinese ecc.) per descrivere i fenomeni, altra cosa è filtrare il rapporto con uke e i fenomeni che avvengono durante la pratica con le griglie interpretative, necessariamente rigide, del modello adottato. Uke si può incontrare solo in presa diretta, nella sua interezza.
 
b. Rispettoso. Uke non è oggetto di cura; il terapista, il curatore, il guaritore tratta inevitabilmente il paziente come oggetto di cure, come persona da guarire, come soggetto che non riesce a gestirsi e ha bisogno della conoscenza, dell'abilità, delle capacità del terapista per risolvere i propri bisogni; si istaura un rapporto tra chi sa e chi non sa, tra chi decide e chi si sottopone alle altrui scelte, tra chi ha potere e chi no (se vuol guarire deve fare come le dico io, prenda questo e/o faccia quest'altro). Nello shiatsu invece l'operatore sollecita rispettosamente la vitalità di uke a risvegliarsi, aspetta pazientemente i tempi di reazione della persona trattata, ascolta, asseconda e rispetta i modi e i tempi della risposta di uke; è la sua intelligenza profonda, quella che i maestri giapponesi definivano capacità di autoguarigione, che determina il cambiamento.
 
c. Condiviso. Sia nella scienza medica occidentale che nella medicina cinese, il medico è altro, fuori dal fenomeno di cambiamento. Può compatire con il paziente, essergli vicino, assisterlo amorevolmente ma resta, anzi deve restare, fuori dal fenomeno (altrimenti perde di obiettività, dicono, e non può far le scelte razionali più opportune). Nello shiatsu avviene l'opposto: solo se tori e uke si relazionano profondamente, sono coinvolti intimamente nello stesso fenomeno, comunicano direttamente da vita a vita che avviene il cambiamento. Possiamo dire che c'è shiatsu solo nella misura in cui ciò avviene e che lo shiatsu funziona solo e per quanto (in maggior o minor misura) le pressioni di tori incontrano le risposte di uke e le loro reciproche, individuali vitalità si incontrano. E il fenomeno cambiamento coinvolge tutte due; non esiste, e chi pratica shiatsu con serietà e impegno non può non scoprirlo, rapporto profondo che non generi cambiamento in ambedue i protagonisti della pratica shiatsu, anche che in genere, l'operatore shiatsu è, tra i due, il più stabile, solido, centrato; è preparato, da anni di addestramento e pratica, a condurre il dialogo su un solido terreno di intesa, di crescita, di evoluzione. "Lo shiatsu è il contatto della mamma che abbraccia il bambino" ci tramandano i maestri giapponesi; e in questo contatto chi trae più giovamento? Penso ambedue, anche se in maniera diversa, con diverse (ma non maggiori o minori) consapevolezze, con diversi livelli di sicurezza.
 
Oggi lo shiatsu non esiste
Attualmente la figura professionale operatore shiatsu non esiste; neppure l'ISTAT, nei suoi libroni dove ha assegnato un codice a tutte le aree di attività e a tutte le professioni, ha previsto e assegnato un codice alla nostra attività. Neanche tra le attività assistenziali e/o paramediche esiste l'operatore shiatsu e tutto ciò è ovvio, trattandosi di una figura nuova, sconosciuta fino a pochi anni fa. Si tratta di muoversi, e muoversi bene, perchè prima o poi (ma con la capacità che lo shiatsu sta mostrando di imporsi a livello istituzionale sarà piuttosto prima) un inquadramento, desiderabile o meno, verrà proposto e/o imposto.
 
Ma qualcosa sta cambiando
 
La legge varata il 18 ottobre 2000 con l'approvazione definitiva in Senato, Legge quadro per la realizzazione del sistema integrato di interventi e servizi sociali, ha fornito un ambito legislativo (supportato da adeguati finanziamenti) alle attività che un tempo venivano gestite come mera assistenza; come riportato da tutti giornali con grande risalto, è nato un nuovo settore che riqualifica e dà nuovo significato alla vecchia assistenza demandata un tempo alle Pie Opere e alle Fondazioni Benefiche, il settore servizi per la qualità della vita.
 
Non è sanità, non è previdenza sociale, è un nuovo settore in cui penso lo shiatsu possa inserirsi a pieno titolo, anzi possa costituire un settore portante qualificandolo, facendolo uscire da una logica restrittiva di pura e semplice assistenza ai portatori di handicap.
 
Al fianco di un settore, la Sanità che si occupa dei malati in quanto tali, accanto alla previdenza che si occupa degli anziani e degli invalidi in quanto tali, un settore che si occupa delle persone, senza distinguere tra sani e malati, giovani e anziani, handicappati e normodotati, per aiutare tutti a vivere una vita migliore. Sembra un settore costruito apposta per lo shiatsu, o più probabilmente è nato per raccogliere le stesse esigenze, diffuse, profonde che oggi la società esprime e che lo shiatsu ha raccolto nel diventare, come sta diventando, fenomeno di massa.
 
Un settore che può dare assistenza ma che trascende le dimensioni dell'assistenza perchè si occupa dei disagi di tutti e dà loro una risposta che va oltre i bisogni stessi recuperando le migliori energie di ciascuno e con ciò stesso creando le condizioni migliori per una evoluzione globale della persona. Va da se che attualmente il settore di attività esistente più congeniale è quello socio-educativo in attesa (e non può essere un'attesa passiva) di un settore specifico "qualità della vita" o, con un approccio più riduttivo "benessere".
 

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